Concorso Follie e Folletti - Categoria Liceo

di Alex Grassi - 26 Giugno 2008

UNA NOTTE PARTICOLARE
di Alex Grassi

Era una notte fredda e buia, in cui la timida luna era oscurata dalle nuvole nere come la pece. Jack dormiva profondamente nel suo letto, immerso in sogni fantastici.
Stava attraversando un tunnel lunghissimo, fiocamente illuminato da luci tremolanti e deboli.
Jack era un bambino comune, che amava giocare con il Lego, giocare a calcio con gli amici sotto il sole cocente… Insomma gli piaceva fare tutto quello che facevano gli altri bambini della sua etĂ .
Ormai aveva 9 anni: mancavano poche ore al suo nono compleanno, poche ore al
31 Ottobre. Una data bizzarra per un compleanno, dato che si festeggia Halloween.
Ma lui era un bambino e non gli interessava nulla di quello che dicevano gli altri. In fondo non era colpa sua se era nato in quel giorno!
Ora il tunnel era sempre meno illuminato, fino a diventare buio pesto.
Stava scappando da qualcosa che non conosceva, un essere enorme e orrendo.
Quel tunnel non aveva fine, ormai era braccato dal mostro, sentiva il suo fetido alito sul collo.
Fu afferrato alle spalle, saldamente, dalla grande mano del mostro.
Aveva paura, tremava come una foglia in autunno.
Una leggera brezza gli accarezzava il viso, fresca e rilassante.
Una luce accecante, piĂą forte del sole gli fece aprire gli occhi…
Un botto tremendo lo svegliò…
La prima cosa che penso fu se il botto faceva parte del sogno o se fosse stato quello a svegliarlo, nella realtĂ .
Non osò muoversi per una decina di secondi. Era sudato fradicio, come se fosse stato immerso nell’acqua gelida.
Scostò lentamente le coperte, fradicie anch’esse di sudore.
Si sedette sul letto e guardò fuori dalla finestra, ammirando la tenue luce della luna semicoperta.
“E’ stato solo un sogno, niente di più” pensò tra sè e sè.
Mentre rimuginava su quello che era accaduto, un altro terribile botto gli bloccò il respiro in gola. Non era un sogno…
Quel rumore proveniva dal giardino, il suo giardino.
Corse nella camera da letto dei suoi genitori, urlando a squarciagola.
“Mamma, mamma, c’e’ qualcuno nel giardino!”
La madre lo seguì alla finestra.
Un altro botto terribile.
“Hai sentito? C’è’ qualcuno!” sbottò Jack.
“Sentito cosa?” chiese la madre incuriosita.
“Quel botto terribile, quel rumore!” sbraitò Jack.
“Dormi figliolo che ti farĂ  bene! Non c’e’ nessun rumore!” disse la madre disperata.
Jack si infilò sotto le coperte, e la madre gliele rimboccò per bene.
Appena la madre uscì dalla porta, Jack si alzò e scrutò fuori dalla finestra.
Era convinto che lĂ  fuori ci fosse qualcuno.

Si acquattò e scese le scale lentamente, scivolando sul morbido tappeto di casa.
Uscì dal retro della casa, che portava diretto al giardino.
Aprì lentamente la porta, che cigolò perchè mal lubrificata.
Si nascose dentro dei cespugli di rose, graffiandosi qua e lĂ  con le spine.
Attese intrepido di scoprire che cosa o chi avesse provocato quel rumore.
Dopo una decina di minuti era diventato un ghiacciolo.
Si alzò nell’intento di tornare a letto, ma il solito botto lo arrestò nuovamente.
Si guardò attorno, e scorse una creatura alquanto piccola, esattamente la metà di lui. Compariva e scompariva a una decina di metri da Jack.
Jack lo guardò e disse:
“Ciao! Chi sei? Sei il figlio del giardiniere?” domandò Jack.
“ Sono un folletto dei boschi, vengo dal nord, dalle fredde montagne e mi sono smarrito. Sai per caso dirmi dove mi trovo?”
“ Wow!! Un folletto come quelli delle favole! Comunque so dove ti trovi. Ti trovi a casa mia!” rispose stupidamente Jack.
“ Questo l’avevo capito. In che cittĂ ?” disse il folletto.
“ Sei a Londra amico mio! Come ti chiami?” domandò Jack.
“ Sono conosciuto tra i folletti come Ronald Mangiacarote” affermò il piccolo.
“ Piacere mio! Se vuoi posso aiutarti a tornare a casa!”
“Si grazie!” ringraziò il folletto.
“Ok, ma i miei genitori…” disse Jack preoccupato.
“No, loro non possono vedermi, perchè solo i bambini possono” lo interruppe Ronald.
“Va bene! Allora… in marcia!” sussurrò Jack.
Durante il tragitto verso Nord parlarono di molte cose, tra cui le tradizioni popolari umane e quelle follette. Il piccolo Ronald scoppiò a ridere su parecchie cose tra le quali i soldi e il costo della vita.
“ Da noi non facciamo questo genere di cose, da noi non esistono i soldi per mangiare e bere, l’indispensabile per vivere è gratuito, solo chi vuole cose in piĂą paga. L’unica cosa che abbiamo in comune penso sia l’amicizia, un dono comune a molti nel nostro paese” esclamò trotterellando il folletto allegramente.
“ Potrò venire a trovarti un giorno?” chiese Jack con un pizzico di speranza.
“ Mi dispiace, solo i folletti possono entrare nei grandi regni sotterranei, dove la luce è oro, e l’oro è polvere. Le nostre gallerie pullulano di oro che illumina le nostre altrimenti buie gallerie. Ma anche nel nostro mondo c’e’ del male.
Le cavità più profonde della terra pullulano di orchi e goblin e mostruosi troll alti almeno dieci volte me e cinque volte te. Il male è presente ovunque Jack, anche se non te ne accorgi.” disse il folletto.
“ Wow, però è bello! Chissà come è grande!” rispose Jack fantasticando tra sè e sè.
“Grande per me, ma piccolo per te!” rispose il folletto ridacchiando.
Il sole si levava, l’alba era arrivata.
Si arrestarono davanti ad una grande grotta, molto simile a quel tunnel che Jack aveva sognato poche ore prima.
Ma certo! Il troll, il tunnel illuminato da una luce d’oro infinito! Tutto tornava e combaciava. Quello di prima non era un sogno!
“ E’ ora di lasciarci” - disse malinconicamente il folletto - “tieniti stretti gli amici, perchè sono una risorsa inestimabile, piĂą dell’oro. Abbi cura di te mio grande amico” concluse la frase con una lacrima che gli accarezzava le rugose guance.
“ Addio! E’ stato bello parlare con te! Speriamo magari, se ti perdi di nuovo, di rivederci” aggiunse Jack con gli occhi lucidi.
“ Meglio dirsi addio, non ci rincontreremo più credo. Addio!” disse Ronald.
“ Addio Mangiacarote!” urlò Jack.
Il folletto entrò nella grotta e sparì nell’ombra, senza degnarsi dell’umido sguardo di Jack. Jack si sentì vibrare le interiora, cadde a terra con un tonfo. Giaceva svenuto sulla fredda neve invernale.
Quando si risveglio e riprese coscienza di chi fosse, Jack giaceva sul caldo e morbido materasso di piume nella sua cameretta. La luna era ancora alta nel cielo e brillava incontrastata da nuvole.
Si voltò di lato e riprese a dormire, con solo vaghi ricordi di quello che era successo.

Alex Grassi

Concorso “Follie e folletti”. I premio categoria scuole medie

di maghetta - 10 Giugno 2008

Follie & Folletti

Ci sono persone che credono che i folletti esistano, altri, invece, affermano che non esistono. Io, fino a qualche giorno fa, ero del parere che non esistessero, ma, adesso, non la penso piĂą allo stesso modo, considerando quello che ho visto!
Intanto mi presento. Il mio nome è Luna ho quattordici anni, e… non crederete mai a quello che mi è successo!
Abito in una grande città chiamata Erixton (in una galassia a cui è stato dato il nome di Metablox). Ma non vi preoccupate, sono un’umana come voi!
Beh, dunque… il dodici marzo del 2380, decisi di andare in un bosco, nella periferia della cittĂ , a raccogliere more e lamponi per fare marmellate e torte. All’inizio andava tutto bene, tutto era uguale come sempre, ma all’improvviso il cielo si oscurò e iniziò a soffiare un vento gelido così forte che mi fece indietreggiare. Così decisi che per quel giorno la ricerca di frutti era finita. Decisi di prendere la strada piĂą lunga, ma che per lo meno non era contro vento; iniziai a correre piĂą veloce che potevo, ma in cielo vidi dei lampi e ne schivai uno per miracolo. Mi ero persa! Correndo avevo perso il senso dell’orientamento; ad un certo punto sentii dei lupi che ululavano. Successivamente, mi fermai, cercando di riprendere fiato, ma dovetti ricominciare subito a correre, perchĂ© dietro di me c’erano degli alberi che cadevano e si scorgeva una luce intensa bianca-giallastra dietro a un ammasso di tronchi. Correvo senza una meta, senza sapere nĂ© dove andavo, nĂ© dove finiva il sentiero, ma correvo per non essere investita dagli alberi che cadevano. Ad un certo punto sentii le mie forze che lentamente mi abbandonavano e pensai:“Ecco, questa è la mia fine”! Stavo per lasciarmi cadere a terra, quando, ad un certo punto, sentii una voce che mi chiamava per nome. Inizialmente ero spaventata, perchĂ© la voce rimbombava come se provenisse da una stanza vuota, ma continuava a ripetere:”Luna… Luna… segui la mia voce. Ti condurrò fuori da qui”. Decisi di seguire quella voce, arrivai fuori dal bosco e mi buttai sull’erba fresca di un enorme prato. Davanti a me c’era solo un’immensa distesa verde, intorno solo alberi. Mi voltai e vidi un tronco che stava per cadermi addosso! In quel momento mi misi le braccia davanti al volto chiudendo gli occhi… Quando li riaprii il tronco non mi era caduto addosso, anzi, sembrava che davanti a me ci fosse una barriera trasparente che mi proteggeva. Decisi che era arrivato il momento di tornare a casa!
Il giorno dopo ritornai nel bosco e mi misi a girare, finchĂ© non scorsi in lontananza una persona… ma non era proprio una persona… era molto bassa (forse mi arrivava al ginocchio); a giudicare dall’abbigliamento era una femmina: aveva il cappello a punta e la gonna rossa mentre la maglia e le scarpe che portava erano verdi. Aveva i capelli biondi con delle ciocche castane, era magra e molto carina: aveva gli occhi con delle sfumature verde-grigio; la bocca non era nĂ© troppo grande, nĂ© troppo piccola; il naso, invece, piuttosto piccolo. Era incastrata in un tronco e non riusciva a liberarsi. Lentamente, con molta cautela, mi avvicinai. Appena questa strana creatura si accorse della mia presenza si spaventò, ma io per rassicurarla le dissi:”No,No… non spaventarti… non voglio farti nulla di male. Voglio solo aiutarti”. E così mi avvicinai e iniziai a tirare su il tronco dove la creaturina era incastrata. Il grosso pezzo di legno era piuttosto pesante, ma alla fine ce la feci. Appena questa “persona” fu libera, mi disse:”Grazie! Ti sono debitrice. Mi hai salvato la vita. Non sarei resistita ancora a lungo in quel tronco! Saprò come ricompensarti! Vieni qui, domani, alla stessa ora. Adesso devo andare. Ciao”! E così dicendo sparì.
Il giorno dopo, alla stessa ora, tornai nello stesso luogo e aspettai, fino ad un certo punto, quando apparve nuovamente quella creatura. Appena arrivò mi salutò e poi disse: “Questa è la mia ricompensa per quello che ieri hai fatto per me. Questa è una collana a forma di cuore rosa! Ma non è una collana qualunque! Aprila e ti mostrerò come funziona!” La aprii e vidi che brillava di una luce rosa. La creatura ne aveva un’altra uguale, solo che era di colore rosso. Mi disse che, una volta chiusa, scuotendola come una campanella, potevo chiedere il suo aiuto. Detto questo la ringraziai e ci mettemmo a passeggiare un po’. Intanto le porsi un paio di domande: “Scusa, ma… ti posso chiedere che creatura sei? Come ti chiami? Da dove vieni? Hai dei poteri magici? Sei stata tu a salvarmi ieri e a guidarmi fuori dal bosco?”. Lei prontamente rispose: “Sono un folletto! Il mio nome è Krissy! Vengo da un mondo totalmente diverso dal tuo il cui nome è Dragostea. Si, ho dei poteri e sono stata io a guidarti fuori dal bosco! Posso porti le stesse domande, Luna?” mi chiese; io le risposi: “Sono un’umana! Vengo da Erixton, una cittĂ  non molto lontana da qui e non ho dei poteri magici! Ma come fai a sapere il mio nome?” A questa domanda Krissy mi rispose: “Devi sapere che ogni folletto del mio regno, come anche quelli degli altri, ha il compito di proteggere un umano, come degli angeli custodi! Ma vengono protetti solo gli umani che sono bravi, educati, che amano gli animali e la natura. Tu sei una di quelle persone, e io mi sono presa l’incarico di proteggerti!”
Krissy decise di parlarmi un po’ di come sono fatti i folletti; a quel punto disse: “Noi folletti possiamo vivere oltre mille anni; abbiamo il sangue nero; nell’armadio abbiamo vestiti tutti uguali; alcuni di noi hanno gli occhi parzialmente rossi, ma solo i maschi, mentre le femmine li hanno di colori diversi e con molte sfumature. Amiamo gli animali e la natura; i folletti piĂą dispettosi si alzano la notte per fare degli scherzi agli umani o per portare via i bambini che poi faranno diventare loro servi. Quando nasce un folletto, il padre, va in una radura chiamata “Selva Nera”, non molto lontana da qui, dove pianta un albero d’acero e l’ultimo giorno d’estate, tutti gli abitanti di ogni villaggio, vanno a trovarlo. Noi abbiamo usanze molto diverse dalle vostre!”
Krissy, prima di andarsene, disse: “Adesso ascolta bene quello che ti dico! Tu non devi mai parlare con nessuno di questo nostro incontro, perchĂ© è raro che un umano venga a sapere della nostra esistenza, ancora meno lo è sapere da chi si viene protetti! Non dire mai come hai avuto la collana, ma soprattutto non devi togliertela mai! Ma la cosa piĂą importante che devi sapere è che ogni qual volta un umano dice di non credere ai folletti, ne muore uno, ma non necessariamente chi lo protegge e un umano rimane senza il folletto protettore! Quando muore una persona, il folletto che la proteggeva, si cerca un altro umano da custodire; tu sei la prima persona che devo proteggere. Adesso ti devo lasciare! Ciao!” E così, Krissy se ne andò come era apparsa! Decisi che era arrivato il momento di tornare a casa!
Una volta arrivata a casa, mi misi sul divano e guardai a lungo la collana; poi, dato che in casa non c’era nessuno, presi il mio diario e mi annotai tutto quello che mi era stato detto, per fare in modo che un domani non me lo sarei dimenticato!
Mi stavo per addormentare, quando, ad un certo punto, la mia collana iniziò a brillare! Inizialmente non capii quello che voleva dire, ma poi ho dedotto che Krissy poteva aver bisogno del mio aiuto. Appena lo capii mi diressi subito verso il bosco! Una volta arrivata, vidi Krissy che mi aspettava ansiosa; dopo aver ripreso fiato, le chiesi perchĂ© la mia collana si era illuminata. Lei rispose: “Noi folletti, siamo legati a voi, come voi umani siete legati a noi, quindi se noi abbiamo bisogno di voi, chi è a conoscenza della nostra esistenza, ci deve aiutare come noi dobbiamo aiutare voi! Beh… non è il momento di parlare di questo! Allora, un folletto del nostro regno ha deciso di conquistare tutto e tutti; il suo nome è Jack! Dunque, apri la tua collana che ti do dei poteri che potrebbero servirti. Tu potrai: diventare invisibile, volare, correre molto veloce senza stancarti, far crescere piante a tuo piacimento, curare le persone, far volare gli oggetti e spostarli dove vuoi, far luce nei luoghi piĂą bui e rimpicciolirti o ingrandirti quanto vuoi!” Ero sbalordita! Così avrei potuto usarli quando volevo! Krissy mi disse che era arrivato il momento di andare! Seguì Krissy fino a quando arrivammo davanti a una piccolissima porta! A quel punto usai il mio primo potere: il rimpicciolimento! Diventai così piccola che ero alta come Krissy; per confondermi meglio in mezzo agli altri folletti, lei mi diede dei vestiti simili ai suoi! Prima di varcare la soglia della porta, Krissy mi disse: “Ogni qualvolta questa porta viene aperta per far entrare un umano, per lui rimane aperta solo quarantotto ore e se non riesce ad uscire, rimarrĂ  qui per un anno! Mi raccomando, qualunque cosa succeda, cerca di tornare in tempo!”
Una volta entrate, ma accorsi che c’era una rampa di scale lunghissima. Quando fummo arrivate in fondo, decidemmo di fare un giro nei paraggi per vedere quello che era stato distrutto da Jack! Vedemmo case incendiate, persone disperate perché avevano perso tutto, bambini per strada che tremavano per la paura! Avevo i brividi! Una cosa che notai, era che al nostro passaggio, tutti si inchinavano e guardavano Krissy; non le chiesi spiegazioni, perché non mi volevo impicciare dei suoi affari!
Continuando a camminare, arrivammo davanti a una porta; a quel punto Krissy mi disse: “Ti conviene diventare trasparente! Non si sa mai quello che c’è dietro!” Così diventammo trasparenti e insieme varcammo la soglia di quell’enorme porta. Quando fummo entrate, Jack, con degli occhiali per vedere le creature invisibili, ci notò e ordinò ai suoi uomini di catturarci! Io, spaventata, chiesi istruzioni a Krissy che mi rispose: “Non ti preoccupare, ci penso io!” Detto questo, Krissy fece fermare gli uomini che stavano per arrivare, e disse loro: “Non osate avvicinarvi, sono la principessa!” Così dicendo fece vedere una voglia che aveva sulla spalla. A quel punto capii perchĂ© le persone al nostro passaggio si inchinavano! Krissy suggerì al perfido folletto di fare una sfida e se avessero vinto loro se ne sarebbero andate e lui sarebbe stato incarcerato, ma se avesse vinto lui ci avrebbe uccise! Il folletto accettò, schierò una delle sue guardie, e iniziò il combattimento! Io dovetti sfidare la guardia, mentre Krissy sfidò Jack. Io non ebbi problemi, perchĂ© lo misi quasi subito KO, mentre non si poteva dire la stessa cosa di Jack! Krissy era sfinita e dopo poco cadde a terra; corsi subito in suo aiuto, ma era troppo forte anche per me, così, dopo poco, caddi stremata al suolo! Jack stava per colpirmi con la sua spada, ma Krissy mi spostò e fu colpita al mio posto. Quando la vidi per terra, senza segno di vita, trattenni a stento le lacrime e quando mi rialzai, presi una spada e andai contro Jack! Però lo avevo sottovalutato! Era molto abile con la spada, così fui trafitta anch’io! Resistetti e con tutta la forza che mi era rimasta, infilzai la mia spada nel suo petto che, con un urlo sovraumano esplose insieme a tutte le sue guardie! A quel punto, caddi stremata al suolo e con la forza che mi era rimasta, mi richiusi rapidamente la ferita con il potere della guarigione; una volta rimarginato il profondo taglio, mi avvicinai a Krissy e feci la stessa cosa! Quando riaprii gli occhi, l’abbracciai e le dissi: “Sono contenta che tu sia ancora viva.” Krissy sorrise e con un filo di voce mi rispose: “E io sono contenta di rivederti! Però adesso devi andare! Mi sono dimenticata di dirti che qui il tempo passa piĂą in fretta. Sono giĂ  quasi passate quarantotto ore! Dobbiamo sbrigarci!” Usammo la super velocitĂ  per uscire! Una volta arrivate davanti alla porta, ci salutammo e io le dissi: “Se hai bisogno d’aiuto, chiamami!” E lei mi rispose: “Grazie! Anche tu se hai bisogno d’aiuto, non ti far problemi, sono sempre qua!” Così uscii e la porta di quel magico mondo si richiuse alle mie spalle. Tirai un sospiro di sollievo e pensai “Per fortuna, sono uscita proprio in tempo”!
Mi ringrandii arrivando alla mia statura normale, mi cambiai abiti, rimettendomi i miei e mi avviai verso casa!
Credo proprio che un’esperienza così non si ripete tutti i giorni e conserverò questo ricordo che neanche il tempo potrà cancellare!!!
(Giada Citti, II B, Scuola Media “G. Pascoli”)

Visita guidata alla Loacker

di maghetta - 12 Aprile 2008

Questa visita è stata organizzata dal Professor Coletta Vito e dal Professor Bonelli Salvatore per mostrare le caratteristiche e le varie fasi del lavoro che si svolge in un’impresa industriale. Le classi coinvolte in questo progetto erano la II BUS, la I TPS e la II TPS indirizzo Linguistico Aziendale dell’Istituto Pluricomprensivo di Vipiteno. La partenza era prevista dalla stazione di Vipiteno per le 7:50 del 28 febbraio 2008, ma per un ritardo del treno regionale siamo arrivati con circa dieci minuti di ritardo. Arrivati alla stazione di Bolzano ci siamo subito diretti verso la fermata del bus per Renon e in fretta siamo riusciti a salire. Tra prati e tornanti il viaggio per Renon è proseguito piuttosto velocemente ed è stato particolarmente divertente. La fermata del bus era proprio davanti alla fabbrica della Loacker. Non particolarmente comoda dal punto di vista dei collegamenti, la sede è raggiungibile con un po’ di difficoltĂ  dai mezzi pubblici. Scesi, abbiamo cominciato a guardarci intorno e ad osservare quella grande azienda; un cancello automatico di ferro e un tornello dal quale entrare, peccato che il grande logo fosse sul lato posteriore dell’azienda e quindi non visibile dall’entrata principale.
Il paesaggio era particolarmente affascinante, distese e distese di prati verdi e un’aria sana; al di lĂ  dell’entrata principale la bellissima montagna dello Sciliar, che rappresenta anche il logo della Loacker. Davanti al cancello c’era una signora responsabile delle visite guidate, che ci ha fatto entrare all’interno del piazzale.
All’interno dello stabilimento, come prima cosa, abbiamo dovuto indossare dei camici e delle cuffiette per l’igiene. Come introduzione, la guida ci ha detto che la Loacker è un’impresa a gestione familiare, che si è ingrandita con il tempo, e al momento la direzione è in mano alla quarta generazione. Lo stabilimento principale della ditta ha sede ad Auna di Sotto (BZ) e conta circa 260 dipendenti. Con il passare del tempo l’impresa si è ingrandita e, attualmente, ha succursali a Milano, a Bolzano e in Austria.
Come ditta hanno vinto anche due premi di qualitĂ , uno dei quali è di notevole importanza, infatti sono solo due le aziende italiane che lo hanno ricevuto: l’altra è la Ferrero.
Di norma i dipendenti lavorano dal lunedì al venerdì su 3 turni di 8 ore; nei periodi di maggior richiesta capita che, per soddisfare la maggiore richiesta, gli operai debbano lavorare anche di sabato e domenica.
La ditta commercializza anche prodotti “concorrenti”: cioccolata della Ritter Sport, Mozartkugeln ad esempio, questo consente di allargare l’offerta di prodotti e di ampliare la propria clientela.
Prima di entrare nella fabbrica siamo dovuti salire su una macchina che ci ha disinfettato le suole delle scarpe e le mani. Appena entrati siamo stati investiti dal profumo dei biscotti appena fatti e assordati dal rumore delle macchine.
Abbiamo visto nel dettaglio tutte le fasi di produzione dei wafer e delle tortine, la guida ci ha spiegato da dove venivano i prodotti, soprattutto dal territorio italiano, e ci ha spiegato che nel passato si sono cercate materie prime alternative, per un maggior risparmio sui costi, ma la qualitĂ  non era confacente all’elevato standard da loro richiesto.
Come seconda tappa siamo passati alle varie fasi dell’imballaggio dei prodotti. Ci sono 3 passaggi: prima di tutto i prodotti vengono impacchettati singolarmente, poi vengono messi nelle scatole nelle quali li si trova nei negozi. Alla fine delle varie fasi, i diversi prodotti vengono spediti in tutti i continenti. Ad esempio abbiamo visto che una partita era in partenza per le Filippine.
Durante la visita abbiamo avuto la possibilità di assaggiare le tortine, i biscotti e le cialde appena fatti. Ci hanno anche spiegato quanto tempo occorre per la produzione di un singolo articolo, sfortunatamente non siamo potuti andare nella parte degli uffici e nei laboratori, perché non vogliono svelare “tutti i segreti del mestiere” (evitare lo spionaggio industriale).
Accanto ai normali settori esiste un intero reparto che si occupa della manutenzione dei macchinari. In questo contesto per gli stage vengono assunti dei giovani che, a volte, continuano a lavorare anche dopo il periodo di prova.
Girando per l’impianto, siamo passati vicino ai forni, ce n’erano sette, e abbiamo saputo che il calore in eccesso viene utilizzato per riscaldare tutto l’edificio: in questi forni molto potenti, per cuocere le cialde, bastano solo 90 secondi a 170°C.
Prima di passare in un altro settore, la guida avrebbe voluto farci vedere come le macchine dispongono i biscotti nelle confezioni, ma i macchinari erano fermi.
Nonostante sia ormai tutto meccanizzato, c’è ancora una forte presenza umana addetta al controllo di tutto, perchĂ© se capita che un prodotto si inceppa, la produzione si blocca.
Alla fine della visita la guida ci ha offerto una confezione omaggio. Vedendo la mensa aziendale, avremmo tanto voluto fermarci, ma vista l’ora (le 11:00) non ci è parso il caso, anche se l’odore era molto invitante.
Questa ditta è un enorme vanto della nostra regione, perché porta in tutto il mondo il nome la qualità e la precisione alto-atesiana.
I grafici hanno scelto come logo della società la catena dello Sciliar che si erge di fronte allo stabilimento. Per rendere più accattivante i wafer alla nocciola, il logo si è trasformato in una montagna di cioccolato.
Osservando i volti dei dipendenti, ci siamo accorti che, anche lavorando in un luogo dove tutti da piccoli sognavamo di lavorare, non sembrano essere molto felici.
Qualcuno di noi si sarebbe aspettato piĂą assaggi durante la visita e meno da portare a casa; altri si aspettavano che ad accoglierci fosse uno degli esponenti principali della ditta. Qualcun altro si è stupito che siamo partiti dalla produzione per poi arrivare alla logistica e tornare alla produzione. Per la maggior parte di noi è stata un’esperienza positiva, anche se magari ci saremmo aspettati altro. L’opinione che ci accomuna tutti è che, per quanto è possibile, con rispetto parlando, non andremmo mai a lavorare in catena di produzione. I motivi che ci hanno spinto a pensarla così sono principalmente tre: l’espressione dei lavoratori, il rumore molto forte e la routine del lavoro.
La visita è risultata molto educativa e “gustosa”, infatti durante la visita ci sono stati offerti degli assaggi, decisamente buoni.
Abbiamo anche notato che la gente che abita a Renon è molto gentile e ospitale, dato che una signora ci ha visti mentre aspettavamo il bus seduti sul suo muretto e ci ha portato dei giornali su cui sederci.
Anche il viaggio di ritorno è risultato divertente, perché abbiamo avuto modo di chiacchierare insieme e mangiare Loacker.
Abbiamo notato aspetti salienti nel funzionamento di un’azienda, come ad esempio il fatto che hanno delle ditte che lavorano per loro, per il trasporto o la consegna delle materie prime.
Speriamo che i professori ci portino anche l’anno prossimo… e con questa speranza concludiamo che la visita è stata molto bella per tutti noi: i dolci erano buoni e l’accoglienza è stata amichevole e cordiale.
Un’esperienza decisamente “DOLCE”!!!

Giulia Alberti, Oleksandr Andreatta, Marika Bertoldi, Pasquale Diano,
Leila Gambarini, Valentina Gavasci, Marta Mannelli, Flavia Pacher

27 gennaio - Giornata della memoria

di maghetta - 27 Gennaio 2008

Ricorre oggi la giornata della memoria, per ricordare quello che è stato, per non dimenticare, perchĂ© soprattutto i nostri giovani, in tutt’altre faccende affacendati, conoscano il nostro passato e possano riflettere.
“Meditate, che questo è stato” ci dice Primo Levi, che ci ammonisce anche ricordandoci che se “comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Solo attraverso la conoscenza si possono infatti evitare gli errori del passato e solo attraverso una matura presa di coscienza si può evitare il male peggiore dell’uomo, l’indifferenza.
Che quindi la giornata di oggi ci sia di monito e ci insegni a non voltarci dall’altra parte quando accade qualcosa di spiacevole, a non pensare solo a noi e alla nostra tranquillitĂ , ma soprattutto, in maniera responsabile, a dire apertamente no a quello che è sbagliato cercando di modificare le cose…

CONTRO L’ INDIFFERENZA

Prima vennero per gli ebrei
” Prima vennero per gli ebrei
e io non dissi nulla perché
non ero ebreo.
Poi vennero per i comunisti
e io non dissi nulla perché
non ero comunista.
Poi vennero per i sindacalisti
e io non dissi nulla perché
non ero sindacalista.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto piĂą nessuno
che potesse dire qualcosa.”
Martin Niemöller
Pastore evangelico
deportato a Dachau

[…] Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchĂ© alcuni vogliono che avvenga, quanto perchĂ© la massa degli uomini abdica alla sua volontĂ , lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrĂ  tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farĂ  abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrĂ  rovesciare. […] (Antonio Gramsci)

Altro in “Shoah. Documenti e testimonianze”

ALLARME UFO

di ddedorigo - 20 Gennaio 2008

Qualche giorno fa, un mercoledì assolato e irrequieto, un mio giovane amico e scrittore ebbe una esperienza che si può definire con molti aggettivi, anche simultaneamente: buffa, significativa, drammatica, rivelatoria, risibile. Si trovava in via Veneto e notò un assembramento attorno ad un’edicola: volti attenti, perplessi, tesi. Si avvicinò e vide quel che gli altri vedevano, lesse quel che tutti leggevano.
L’articolo che aveva attirato l’attenzione di tutti era appeso all’esterno dell’edicola e il suo titolo era scritto a caratteri cubitali: “Avvistato un UFO”.
Il pezzo riportava la notizia di un UFO avvistato da piĂą persone nella notte precedente e parlava di un enorme buco lasciato nel terreno, probabilmente dovuto all’atterraggio di un disco volante. L’articolo riportava anche i commenti delle persone che avevano avvistato l’UFO . C’era chi raccontava di essere stato abbagliato da una forte luce che si avvicinava sempre piĂą velocemente per poi scomparire improvvisamente, c’era chi invece era stato attirato da un forte rumore seguito da uno spostamento d’aria. Sembrava che tutti avessero assistito all’arrivo del disco volante ma nessuno sapeva che fine avesse fatto. Mentre tutte le persone chiacchieravano e si lasciavano andare a commenti e supposizioni, il mio amico si sentì attirato da qualcosa che si muoveva lentamente dietro l’edicolante. Si fermò a fissare quel punto e si sentì a sua volta osservato da due grandi occhi neri che lo scrutavano: lo sguardo sembrava impaurito, sperduto e nello stesso tempo stupito. Lo fissò diritto negli occhi e riuscì a captare il motivo di tale paura: gli occhi non appartenevano ad un umano, ma quell’essere riusciva lo stesso a trasmettere il suo pensiero. Il mio amico capì che si trattava di un alieno e si stupì nel notare che solo lui aveva la capacitĂ  di vederlo e di avere un contatto con lui. L’alieno capì che poteva fidarsi e che non sarebbe stato tradito, gli si avvicinò e senza parlare riuscì a comunicare al nuovo amico tutti i suoi pensieri e le sue paure. Gli raccontò che la sera prima era giunto sulla terra insieme con la sua famiglia e che era stato lasciato sulla terra con un incarico ben preciso e cioè quello di salvare parte del genere umano prima della distruzione del pianeta terra ad opera degli alieni. Il giornalista rimase colpito e scioccato da tale affermazione: la terra era in pericolo e lui non poteva fare nulla per evitare tale distruzione, perchĂ© nessuno avrebbe mai creduto alle sue parole. Cercò quindi di capire quali fossero le intenzioni degli extraterrestri interrogando quella strana creatura dai grandi occhi neri. Venne così a sapere che il disco volante sarebbe nuovamente atterrato sulla terra prelevando un certo numero di esseri umani da condurre sul pianeta alieno, dopo di che si sarebbe verificata l’estinzione della razza umana. Il mio amico realizzò che aveva poco tempo per escogitare un piano per salvare la terra. Si guardò intorno alla ricerca di qualcuno che come lui fosse in grado di percepire la presenza dell’alieno, ma purtroppo senza risultato: avrebbe dovuto inventarsi qualcosa lui senza l’aiuto di nessuno. Pensò e ripensò fino a quando gli venne una splendida idea che propose subito all’alieno; gli fece notare che lui, in quanto giornalista, conosceva perfettamente la storia dell’ essere umano e la sua evoluzione, era in grado di fornirgli informazioni riguardanti il progresso e di dargli consigli su come raggiungere tali miglioramenti senza incorrere in problemi quali l’inquinamento e il degrado ambientale che invece avevano colpito la terra. Propose quindi all’extraterrestre di partire con lui per poter conoscere le potenzialitĂ  del pianeta, per poter mettere a loro disposizione le sue conoscenze e poter aiutare questo sconosciuto pianeta a crescere, ingrandirsi e potenziarsi evitando di incappare in difficoltĂ  e problemi. In cambio chiedeva solo di evitare la distruzione del pianeta terra e di poter condurre il reality che si stava svolgendo sul pianeta alieno dal titolo “ L’isola degli alieni”. L’alieno accettò la proposta e informò il giornalista che la partenza era prevista per il giorno dopo. Sono trascorsi due anni e sulla terra la vita continua normalmente; i giornali non hanno piĂą pubblicato articoli riguardanti avvistamenti di UFO, ma del mio amico nessuno ha piĂą sentito parlare.

Morto inconsapevole

di oburi - 15 Gennaio 2008

Lo incuriosiva, secondo quanto raccontatomi, il fatto che tutti coloro che alle tre del pomeriggio si trovavano in quella piazzetta si fossero recati simultaneamente verso una piccola edicola. Forse era stato un grido del tabaccaio ad attirare la gente, e, molto probabilmente non era stato avvertito dal mio amico che è spesso preso a pensare un finale adatto al suo ultimo romanzo.
Si avvicinò con passo deciso, alzandosi ogni tre passi sulle punte dei piedi per osservare il fenomeno. Facendosi largo tra un gruppo di anziani pensionati accorsi dal bar piĂą vicino si accorse che non si trattava d’ altro che di un giornale che andava a ruba. Pensava fosse il malessere di una vecchietta o uno scippo avvenuto fuori dal negozio ad attirare l’ attenzione di tutti, eppure, avvicinandosi, vide il suo nome scritto a caratteri cubitali in prima pagina, seguito dalla scritta “morto in incidente automobilistico. Feriti gravemente un uomo e la figlia.”
Ovviamente fu preso da un disturbo che per poco non lo fece svenire.
Era venuto alla mia festa la sera prima, aveva bevuto qualche bicchiere di troppo forse, ma non era per niente malridotto.
Preso dal panico decise di dirigersi a casa mia e alla vista di due carabinieri si nascose, nel dubbio se costituirsi o meno: era una battaglia con la sua coscienza e, alla fine, l’ amore per la libertĂ  vinse.
Stavo leggendo il giornale fumando un sigaro cubano, l’ ultimo per la precisione, quando sentii suonare il campanello che in quella tranquillitĂ  pareva la voce del male.
Aprendo la porta trovai il mio caro amico in lacrime e mi feci raccontare l’ accaduto. Lui era sicuro di non aver avuto alcun incidente e di non aver sbandato sulla corsia sinistra nel breve spazio che separa casa mia dalla sua. Io gli credevo con tutto me stesso e gli chiesi, come fosse una domanda rivolta a me, come sarebbe arrivato a casa dopo un incidente che per la stampa gli avrebbe tolto la vita.
Decidemmo di affrontare assieme questa drammatica storia e insistetti perchè rimanesse a casa mia per un po’, almeno fino a quando non avremmo deciso cosa fare.
La mattina successiva corsi a prendere il giornale locale e trovai la foto della macchina del mio vicino in fiamme. Corsi a casa Rossi per verificare. Mi accolse la moglie del vicino in modo sgarbato chiedendomi subito della natura della mia festa a cui solo il marito aveva partecipato.
“Compleanno” risposi rapidamente guardandomi attorno.
“Mio marito non c’ è” disse come se avesse intuito che cercavo lui,“è andato da sua sorella a Roma, mi annoio così tanto in sua assenza che non esco neanche a prendere il giornale”. A quella affermazione sgranai gli occhi, “ Quindi non ha sentito dell’ incidente che è avvenuto qui in paese?”
“ No, non ho saputo, è grave?”chiese come se la cosa non la interessasse “ No, non tanto” mentii correndo fuori.
Il giornale sosteneva che il cadavere dell’ uomo fosse tanto bruciato da non rendere possibile l’esame del DNA; fortunatamente, dall’ esplosione del serbatoio, si era salvata la carta di identitĂ .
Tutto ciò incriminava moralmente il mio amico che non faceva altro che spezzarsi il cuore osservando i passanti che passeggiando esprimevano i loro giudizi sul presunto morto.
Quel pazzo, decise di costituirsi, ma, quando si trovò seduto davanti al commissario dalle tasche posteriori dei suoi pantaloni cadde il portafogli: si girò per raccoglierlo e si accorse che non era il suo, bensì quello di Francesco Rossi, il mio vicino di casa.
Si chiarì così che il mio vicino, ubriaco, era salito sulla macchina sbagliata dopo aver preso per errore il portafogli di un altro. In stato di ebbrezza aveva sbandato ed era andato a schiantarsi contro una macchina che arrivava dalla corsia opposta.
Seguite le condoglianze alla famiglia del defunto, le forze dell’ordine si scusarono ufficialmente con il mio caro amico, che finalmente si riprese dal suo stato di depressione.

di Alex Grassi - 15 Gennaio 2008

IL SOFFIO ASSASSINO

Qualche giorno fa, un mercoledì assolato e irrequieto, un mio giovane amico e scrittore ebbe una esperienza che si può definire con molti aggettivi, anche simultaneamente: buffa, significativa, drammatica, rivelatoria, risibile. Si trovava in via Veneto e notò un assembramento attorno ad un’edicola: volti attenti, perplessi, tesi. Si avvicinò e vide quel che gli altri vedevano, lesse quel che tutti leggevano. Sul giornale del giorno c’era scritto a caratteri cubitali:

- Uomo ucciso con un soffio

Di primo acchito il mio amico scoppiò a ridere come un matto, provocando una reazione tutt’altro che simpatica dei genitori dell’uomo scomparso: fu preso a calci in mezzo alla folla e mandato via dal tabacchino.

Tornò a casa malconcio, ripensando a quello che era successo. Non riusciva proprio a pensare che potesse essere vero. Un uomo che viene ucciso per un soffio è inaudito…

Il giorno dopo andò a chiedere scusa ai genitori del povero uomo, giustificandosi dicendo che non aveva creduto che questo potesse accadere. In effetti pensava ancora che fosse uno scherzo, ma doveva scusarsi per educazione. I genitori gli mostrarono il cadavere e a quel punto lui ci credette. Stette lì a pregare con i genitori per ore, fino a tarda notte. Durante le preghiere egli non riusciva a togliersi di dosso la vergogna che provava per quello che era successo, perchĂ© come si fa a scherzare su cose serie come quelle. Quando fu ora di rincasare egli osservò il morto e notò che muoveva le labbra. Aspettò il momento opportuno per rovesciare un vaso di acqua sulla testa dell’uomo. Non successe nulla. Ma proprio quando si girò per uscire dalla porta l’uomo si mosse dalla bara. E disse:

“Cosa ci faccio qui dentro! Lo sapete ormai da tempo che soffro di catalessi! Sono svenuto mentre un mio amico ha spento le candeline della torta del suo compleanno!”

I genitori accorsero stupiti, ringraziarono il mio amico scrittore e gli promisero di invitarlo a cena una volta. E così cenarono tutti insieme, ridendo e scherzando su quello che era successo e sulla povera memoria dei due anziani genitori, che per la settima volta si erano scordati che il loro figlio era malato di catalessi.

Questa e’ una storia con molti significati, perchè contiene contenuti risibili, drammatici e buffi.

La paperella assassina…

di lscorza - 15 Gennaio 2008

Qualche giorno fa, un mercoledì assolato e irrequieto, un mio giovane amico e scrittore ebbe una esperienza che si può definire con molti aggettivi, anche simultaneamente: buffa, significativa, drammatica, rivelatoria, risibile. Si trovava in Via Veneto e notò un assembramento attorno ad un’edicola: volti attenti, perplessi, tesi. Si avvicinò e vide quel che gli altri vedevano, lesse quel che tutti leggevano.

Il mio amico era figlio unico e suo padre era la persona più importante, ricca, e gentile della città. Il Signor Cotton era gentile con tutti i ragazzi e ragazze della città, aveva fatto erigere un gran centro di bellezza con molti negozi su richiesta delle ragazze della città e molti parchi per lo skateboard su richiesta dei ragazzi: in quei parchi i ragazzi ci rimanevano dalla mattina alla sera, e oltre… A volte ci rimanevano fino a tardi, facendo le cosiddette “ore piccole”, e facevano un baccano infernale: per queste molte persone odiavano il Signor Cotton, ma nessuno pensava che qualcuno sarebbe potuto arrivare ad ucciderlo, almeno fino a quel giorno.

Tutti erano andati all’edicola della cittĂ  per comprare il giornale locale, tutti lessero quello che era accaduto al padre del mio amico tranne lui, perchĂ© quando era arrivato lì non c’erano piĂą copie del giornale. Nessuno ebbe il coraggio di comunicargli quella brutta notizia, quindi il mio amico iniziò a girare per la cittĂ  in lungo e in largo, cercando qualcuno che gli potesse far leggere il giornale, ma nessuno glielo faceva vedere. Venne anche da me per leggere il giornale, ma non riuscii a farglielo leggere, non solo perchĂ© parlava della morte di suo padre, ma anche perchĂ© era descritto il modo dell’omicidio, un modo così assurdo che poteva persino fare ridere… In pratica l’omicida era entrato in casa armato, ma per colpa della madre del mio amico, che era nel soggiorno a guardare la televisione, lui non poteva sparare. Il padre del mio amico era a fare il suo solito bagno serale. L’omicida stava cercando in tutti i modi di farsi venire un’idea su come ucciderlo senza lasciare prove che potessero far risalire a lui…

Ad un certo punto decise di entrare in bagno, di tappargli la bocca e di annegarlo, ma il Signor Cotton riuscì a respingerlo. L’omicida prese allora la prima cosa che gli capitò in mano e la ficcò nella gola del Signor Cotton: era una paperella di gomma. Pian piano il signor Cotton perse conoscenza e infine morì con la testa sotto l’acqua, mentre l’omicida scappava dalla finestra.

La moglie scoprì il cadavere solo la mattina dopo, quando, appena alzata, si apprestava ad usufruire del bagno.

Il mio amico scoprì che suo padre era stato ucciso solo quando arrivò a casa e vide sua madre in lacrime.

Al funerale del padre ci fui anch’io e cercai di consolare il mio amico e sua madre assicurando loro che avrebbero trovato il colpevole, ma, visto che sulla paperella non c’erano impronte perché era rimasta troppo tempo in acqua e sapone, la polizia archiviò il caso e il colpevole rimase in circolazione senza scontare la sua pena…

Un inganno!

di vcasadei - 15 Gennaio 2008

Qualche giorno fa, un mercoledì assolato e irrequieto, un mio giovane amico e scrittore ebbe una esperienza che si può definire con molti aggettivi, anche simultaneamente: buffa, significativa, drammatica, rivelatoria, risibile. Si trovava in via Veneto e notò un assembramento attorno ad un’edicola: volti attenti, perplessi, tesi. Si avvicinò e vide quel che gli altri vedevano, lesse quel che tutti leggevano. …? Iniziò a leggere,con molta calma,non sapeva che cosa ci potesse essere scritto,sapeva solo che tutti erano li,tutti perplessi a leggere una cosa,solo una cosa… Aveva paura,ma non la solita paura,aveva molta voglia di leggere, ma questa strana paura che sentiva in corpo gli toglieva quasi il respiro,e gli sembrava di essere tornato bambino,quel piccolo fanciullo così innocente che non sa nemmeno cosa vuol dire leggere. Per lui sembrava impossibile leggere,ma piano piano stava riprendendo la forza di leggere,di sotterrare la paura…Ecco c’era riuscito,stava iniziando a leggere. Il testo era lungo,ma voleva leggerlo,ormai era troppo curioso!! La grande folla che era li ormai era quasi scomparsa ed era rimasto solo lui e poche persone. Il grande annuncio era finalmente leggibile e iniziò a leggere. La prima frase poteva sembrare l’inizio di un libro dell’orrore, era:”Signori e signori, mettetevi comodi e fate in modo di scacciare ogni pensiero e ogni paura alla fine ne avrete tanta…”. Andando avanti con l’articolo però il mio amico si accorse di una cosa,era solo una recensione di un nuovo film ,il mio amico ci era rimasto davvero male perchĂ© dopo tutta quella paura che aveva preso si era accorto che era solo stata una presa in giro…ci era rimasto proprio come un pesce lesso e a me era dispiaciuto vederlo così! Da quel giorno non si era mai piĂą fermato a vedere nessun articolo davanti ad una edicola,gli articoli gli leggeva solo dal giornale.

NELLA MIA FINE E’ IL MIO PRINCIPIO

di mdedej - 8 Gennaio 2008

Qualche giorno fa, un mercoledì assolato e irrequieto un mio giovane amico e scrittore ebbe una esperienza che si puo definire con molti aggettivi, anche simultaneamente: buffa, significativa, drammatica, rivelatoria.
Si trovava in via Veneto e notò un assembramento attorno ad un’ edicola: volti attenti, perplessi, tesi. Si avvicinò e vide quel che gli altri vedevano, lesse quel che tutti leggevano…
Su un giornale in prima pagina c’era una foto di lui con in mano il suo ultimo libro con il segno di divieto. In via Veneto ormai lo conoscevano tutti e lo ammiravano per i suoi libri, tutti di grande successo.Quel momento gli tolse il respiro. Rimase per un attimo con il giornale in mano senza muoversi. Gli sguardi della gente lo fulminarono. Aprì il giornale e lesse: “L’ultimo libro di Andrea Verdi intitolato “Nella mia fine è il mio principio” ha suscitato molte polemiche fra gli scrittori, dato che ha lo stesso titolo di un libro giallo di Agatha Christie”.
Preso dalla rabbia e dalla paura che dopo quest’ avvenimento la sua carriera di scrittore sarebbe andata in fumo, non riuscì piĂą a leggere neanche una parola e andò direttamente nel suo studio. Si avvicinò alla finestra, ma che dire? Sotto vide un sacco di gente che lo insultava e così tanti giornalisti che non erano stati lì neanche quando aveva pubblicato i suoi libri di grande successo in tutto il mondo.
Andrea continuava ad andare avanti e indietro per la stanza e giurava di non avere mai letto quel libro e che il titolo era stata una sua idea, non lo aveva copiato! Rimase chiuso nello studio pensando a come potesse rimediare, a come potesse dimostrare che era stata una semplice coincidenza, perché lui non aveva mai letto quel libro. Ricevette così tante chiamate che fu costretto a staccare il telefono. Doveva uscire, ma chi gli avrebbe creduto? Nessuno. Il libro di Agatha Christie era stato scritto prima, quindi molto probabilmente lui lo avrebbe potuto leggere benissimo. Allora pensò ai suoi amici, loro sì che gli avrebbero creduto.
Appena aprì la porta due poliziotti lo arrestarono portandolo in carcere. Andrea si convinse che ormai era la fine per lui e che in nessun modo poteva dimostrare che quel benedetto titolo non lo aveva copiato. Chiamò i migliori avvocati, ma nessuno si dimostrò disponibile ad aiutarlo. Non ricevette nessuna visita dai suoi amici, come se non avessero ancora saputo ciò che stava avvenendo. Non trovò altro da fare in carcere e cominciò a scrivere un altro libro. Questo lo aiutò a passare il tempo e a sfogarsi. Il libro parlava proprio di quel mercoledì assolato e irrequieto in cui erano accadute tante cose che avevano fatto svanire in un battere di ciglia.la bellissima vita raccontata nei libri di Andrea Violi.
Nel frattempo continuò a portarsi dietro quella strana sensazione d’attesa. Aspettava che venisse qualcuno ad aiutarlo ad uscire di lĂ , ma niente a fare. Ormai si sentiva solo e finito, ma proprio in quel momento andai a trovarlo. Mi avvicinaì alle sbarre e gli dissi:
“Andrea lo sai che giorno è oggi?”.
Lui mi guardò come per dire “chi se ne importa”. Poi gli feci un’ altra domanda.
“Ma lo sai che il titolo potevi benissimo copiarlo? Sai, Agatha Christie è morta da piĂą di ottant’anni, quindi…”
“Ma allora vuoi dirmi che cavolo ci faccio qui, e perché nessuno mi vuole aiutare?”
“Te lo dico subito amico mio …” E tutto il carcere si riempì di persone che gridarono. SORPRESA!
Andrea per un attimo non ci capì più niente. Allora io gli dissi:
“Amico sei fortissimo! Il tuo libro ha avuto un grandissimo successo, e dato che ti sei dimenticato che oggi è il suo compleanno ti abbiamo fatto uno scherzo”
Andrea non riusciva a crederci, non sapeva se sentirsi felice o triste (o arrabbiato). Comunque si sentiva meglio di prima e con tanti amici che gli vogliono bene. Anche se quella giornata si può definire con molti aggettivi, il mio giovane amico decise di usare una sola parola. INDIMENTICABILE.